Visions of the Future

Viene spontaneo interpretare le opere di Cao Fei come il riassunto delle esperienze di un’intera generazione di cinesi. Una generazione che sta attraversando una prosperità senza precedenti, ma che non sa come affrontarla e pertanto si trova in bilico tra un presente dalle mille contraddizioni e un passato ricco di storia. È forse questa capacità di raccontare la disillusione della giovane Cina, i cui sogni non combaciano con la realtà, ad aver reso questa artista trentasettenne originaria di Guangzhou, ma residente col marito e i due figli a Beijing, una delle voci più distinte della scena artistica cinese. Tanto da essere stata invitata, per la seconda volta in 15 anni di carriera, alla Biennale di Venezia, dove espone “La Town” (fino al 22/11): una video installazione dalle tinte decisamente noir, in linea con i temi e i mezzi creativi preferiti dall’artista, ovvero cortometraggi e installazioni multimediali che giustappongono scenari d’escapismo con la routine di una Cina in trasformazione. «Reale e immaginario per me sono uguali, due versioni divergenti e unitarie dell’individuo e dell’universo», spiega Cao Fei, che cita Fellini, Roy Andersson e Shuji Terayama tra le sue fonti d’ispirazione. «Concepisco fantasia e realtà come teatro, un palco sul quale modellare il mio intento artistico e i personaggi che rappresento». La prova? È nel suo percorso. Per l’opera “COSPlayers” (2004), ad esempio, ha seguito dei giovani vestiti come personaggi dei manga giapponesi a Guangzhou; nella serie “RMB City” (2007) l’artista ha costruito una città virtuale su Second Life, con statue di Mao galleggianti, palazzi sottosopra e mall sospesi nel vuoto, combinando così «sovrabbondanti simboli della realtà cinese e visioni fugaci del futuro del paese»; mentre “Haze and Fog” (2013) è una sorta di film zombie ambientato a Beijing. Artista tra le più acclamate della Cina moderna, con partecipazioni in oltre cento biennali e mostre, di cui dodici retrospettive personali, Cao Fei è oggi presente nelle collezioni del Centre Pompidou di Parigi, della Tate Modern di Londra e del Guggenheim Museum di New York. Ma anche alla Fondazione Prada, alla Fondazione Louis Vuitton e alla Fondazione Pinault. «Tra i privati, il collezionista elvetico Uli Sigg ha diversi miei lavori e mi segue da quando cominciai, 15 anni fa», rivela l’artista, che però sembra non dare troppo peso a titoli e riconoscimenti. «Sono una semplice osservatrice. Guardo cosa fanno i giovani, e in questo senso Instagram è una costante ispirazione. Provo a vivere un’esistenza senza complicazioni. Ciò che ha più influenzato il mio essere artista e le mie priorità è la maternità: i miei figli mi tengono a contatto con il quotidiano». Essere artista in Cina è più difficile per una donna? «No, ma allo stesso tempo sì», conclude Cao. «Alcune persone pensano che l’essere donna e creare un’opera al di sopra della media basti ad attirare l’attenzione. Ma il mio lavoro è gender neutral. Il mondo dell’arte, e il mondo in generale, è difficile per qualsiasi persona che ambisca ad avere uno spirito indipendente. In Cina ci sono molte donne forti: il genere non è rilevante per determinare il successo».

First appeared in Vogue Italia, June 2015.